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Il vero muro che blocca il nostro calcio

 

La distanza dal top non nasce in campo

 

Ieri sera ho vissuto una serata divisa in due. Prima mi sono messo davanti alla TV e ho guardato una partita europea di quelle che ti tengono incollato. Ritmo altissimo, giocate continue, tecnica ovunque. Sembrava di vedere un altro sport, tutto velocissimo e pieno di qualità. Da tifoso mi brillavano gli occhi, perché un calcio così lo vorrei vedere sempre.

 

Quando la partita è finita, però, è iniziato il secondo “evento”: i commenti sui social. Ho trovato un mare di persone che dicevano che “questo è il calcio che dovremmo vedere tutti i giorni”, che da noi si gioca male perché siamo troppo difensivi, troppo attenti al risultato, troppo lontani dalla mentalità europea. E molti tiravano fuori come esempio certe partite del nostro campionato che sono state davvero bloccate.

 

Devo ammettere che questi discorsi sono molto affascinanti. Ti catturano, sembrano profondi, fanno sentire tutto più semplice. E io, da tifoso, se potessi scegliere, vorrei vedere la mia squadra attaccare sempre, creare occasioni senza fermarsi mai. Però, quando provo a ragionare sui fatti, mi accorgo che manca un pezzo enorme in tutto questo.

 

Perché possiamo raccontarci che siamo indietro solo per colpa della mentalità o del modo di giocare. Possiamo anche crederci. Ma il problema più grande, quello che pesa davvero, è economico. E questo problema è diventato gigantesco dopo l’arrivo del Fair Play Finanziario nel 2007, una regola nata per controllare i conti dei club.

 

Per capire quanto ci siamo allontanati dal top europeo basta guardare cosa succedeva vent’anni fa. All’epoca i quattro club più ricchi d’Europa mettevano insieme 1.239,3 milioni di euro. Le quattro squadre italiane con più ricavi, invece, arrivavano a 725 milioni. La differenza era di 514,3 milioni. Era un divario grande, certo, ma non impossibile da ridurre con idee forti, buon lavoro e un certo tipo di gioco.

 

Adesso la situazione è completamente cambiata. I quattro club più ricchi d’Europa oggi arrivano a 3.833,4 milioni di euro. Le quattro squadre italiane più ricche, invece, si fermano a 1.640,4 milioni. La distanza è diventata di 2.193 milioni di euro. In pratica, in vent’anni il divario si è moltiplicato, diventando enorme. E non è qualcosa che puoi colmare solo con la mentalità o con un gioco più offensivo.

 

Questi numeri parlano da soli. Si può anche preferire discutere di tattica, di coraggio, di spettacolo. È più bello, più leggero. Ma ignorare la realtà economica non aiuta. Il Fair Play Finanziario, nelle intenzioni iniziali, doveva ridurre le differenze tra club ricchi e club meno ricchi. Doveva rendere il calcio più equilibrato.

 

Guardando a quello che è successo, però, è accaduto l’opposto. Le squadre che avevano già ricavi enormi hanno potuto consolidare il loro vantaggio. Chi era più indietro, invece, ha fatto molta più fatica a crescere, perché non poteva investire liberamente per migliorare. La regola che doveva aiutare a riequilibrare il sistema ha finito per bloccare chi aveva meno risorse.

 

Ogni volta che si prova a sistemare le disuguaglianze solo con una norma rigida, senza cambiare davvero il contesto, le conseguenze non sono quasi mai positive. Nel calcio è andata allo stesso modo: il Fair Play Finanziario è diventato un limite che non si può togliere e che pesa soprattutto su chi parte da più lontano.

 

Quando mi chiedo perché il nostro calcio faccia così fatica a competere con i migliori, la risposta che trovo è soprattutto economica. I numeri spiegano molto più delle discussioni sui moduli o sullo stile di gioco. Possiamo parlare per ore di tattica, ma senza guardare questi dati rischiamo solo di raccontarci una storia incompleta.

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