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Il falso problema

 

Esistono le valutazioni mediatiche ed esistono le valutazioni figlie del campo. Quelle mediatiche prescindono da una base analitica, mentre quelle di campo cercano, nei limiti del possibile, di dare significato a ciò che si esprime. Kris Piatek è l'esempio emblematico di ciò: celebrato oltre i suoi meriti quando è arrivato al Milan, appena qualche mese fa, travolto da una bolla di contestazioni vuote dopo due giornate di campionato a secco.

Quando si parla in maniera esclusivamente mediatica di un giocatore, non ci sono purtroppo vie di fuga. O è un campione oppure è un giocatore scarso; o è baciato da Dio, oppure è in crisi nera. Equilibrio, questo sconosciuto. Eppure il Piatek di oggi è lo stesso Piatek che qualche mese fa firmò per il Milan. Con un vantaggio in più tuttavia, innegabile e, per certi versi, sottovalutato.

Il giocatore polacco acquistato dal Genoa non ha avuto problemi di ambientamento. Si è subito calato nel contesto milanista, senza subire traumi per il passaggio da una realtà provinciale ad un contesto metropolitano. Questo aspetto è, a mio avviso, molto più importante e pesante rispetto alle analisi sui mancati gol nelle amichevoli estive (questione talmente banale da meritare attenzioni minime). Tanti giocatori eccezionali in provincia hanno poi, una volta indossata la maglia del Milan, conosciuto il concetto di "peso" diverso della maglia. Per Piatek, questo problema non è esistito.

Il giocatore è schivo caratterialmente, ma ha grande professionalità e sicurezza in sè stesso. La personalità, ingrediente raro, è abbastanza forte, al netto di dichiarazioni spesso d'ordinanza. Non tende ad abbattersi per le critiche che gli vengono mosse; lo dimostra il suo ingresso in campo determinato contro il Brescia sabato scorso. Solo la sfortuna gli ha negato la gioia di un gol che avrebbe meritato.

La questione va quindi vista esclusivamente da due punti di vista. In primis quello fisico. La condizione migliore, quella più brillante, per un giocatore della sua stazza, arriva sempre dopo qualche giornata. C'è poi un aspetto di campo che appare ovvio ma sul quale l'allenatore del Milan sembra soffrire di una singolare cocciutaggine. Piatek non è un attaccante di manovra; è invece uno spietato giocatore d'area.

Se passate al setaccio i 34 gol realizzati dal giocatore polacco nella passata stagione scoprirete un aspetto significativo: in 33 reti su 34, Piatek ha toccato il pallone soltanto due volte prima di segnare. Emblematico questo dato: siamo in presenza di un opportunista d'area, di un animale da gol, poco portato alla manovra offensiva, ma incredibilmente efficace nei movimenti di attacco alla porta.

Ostinarsi pervicacemente nell'ottenere da lui cose che non sa fare, come sta facendo Giampaolo da inizio raduno, non solo non produce i frutti sperati ma penalizza la squadra che arriva a risentire dei pochi gol davanti.

Piatek è un giocatore alla Inzaghi, alla Trezeguet, non è una punta che partecipa al gioco e l'allenatore con buonsenso deve creare la struttura offensiva più idonea alle caratteristiche del suo centravanti. Pretendere invece che sia il centravanti ad adeguarsi alle idee del tecnico significa collocarsi in un terreno ideologico chiamato dogmatismo. In esso non germogliano cose positive, ma solo talebanismi infruttiferi.

Piatek, per rendere, deve giocare centravanti. Può nel tempo crescere nel gioco spalle alla porta (aspetto nel quale usa male il corpo) ma non diventerà mai un Crespo o uno Shevchenko.

Le caratteristiche dei giocatori vanno rispettate. Non abbiamo mai visto Ancelotti chiedere a Inzaghi di giocare lontano dalla porta. Se vuoi stare in un grande club, i dogmi devi riporli in una cassettina chiusa a chiave.

Non è con il talebanismo che si arriva ad ottenere risultati, bensì con il buonsenso e con il Milan come pensiero principale. Non le proprie idee che saranno bellissime ma, purtroppo, non fanno gol.

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