
Una stagione ai titoli di coda
La Coppa Italia finisce in archivio. L'eliminazione in semifinale contro la Lazio è pesante per il Milan. Lo è per il risultato negativo e lo è soprattutto per il tipo di prestazione sfornata dalla squadra: abulica, svogliata, timorosa, per certi versi ai limiti della decenza. Si può perdere, senza dubbio, ma non così, non con questa remissività e con le teste basse per non avere la forza di guardare il pubblico. Una sconfitta quella di martedì sera che non potrà non avere ripercussioni anche sulle scelte della società nella prossima stagione. Scelte che non possono più essere procrastinate, nè rimandate. Il fondo Elliott d'altronde è diventato proprietario del Milan nel mese di luglio del 2018. Non c'erano i tempi tecnici per imporre il marchio desiderato sulla squadra e così si è scelta una stagione in cui l'esistente è stato gestito in maniera controllata. Stesso allenatore, stessi giocatori con alcuni tasselli trovati sul mercato più figli dell'improvvisazione che della programmazione. Il bilancio della stagione potrebbe essere ancora positivo sul piano dei risultati qualora il Milan riuscisse a conquistare il quarto posto in campionato, ma non si può dire che sia stato positivo sul piano delle prestazioni, della crescita e dei rapporti.
In questo, la non perfetta sintonia fra Leonardo e Gattuso ha indubbiamente avuto un peso considerevole. Spesso la squadra si è sentita fra l'incudine di un dirigente non proprio contento di un certo modo di stare in campo dei giocatori e di alcune prestazioni dei singoli ed il martello di un allenatore che, per il suo gruppo, ha dato ciò che aveva e probabilmente anche ciò che non aveva. Nella conferenza stampa pre-gara di Sampdoria Milan, quando Gattuso ha fatto capire che a fine stagione se ne sarebbe andato, è iniziato il naufragio che ha portato ai giorni attuali. Una delle leggi non scritte nel calcio dice che se la squadra sa che il suo tecnico va via a fine stagione inconsciamente molla la presa e perde qualcosa sul piano della concentrazione. E' accaduto in passato a Lippi quando disse che avrebbe lasciato la Juventus a fine stagione (1999 e 2004) e ad Allegri quando disse che avrebbe lasciato il Milan (2013). In questo caso, il gruppo si è anche sentito solo, privato dell'ombrello protettivo di un allenatore pronto a farsi ardere vivo per loro. Chi arriverà, in futuro, avrà di certo altre idee e altre richieste. In tanti, già ne sono consapevoli, sono destinati a preparare le valigie.
Il calcio, si sa, vive di precari equilibri. Labili, sottili, basta un nulla per spezzarli. Rino Gattuso probabilmente, col senno del poi, non rifarebbe quell'uscita che ha disorientato il gruppo e tolto serenità a molti giocatori. Indietro però non si torna. E così, l'unica cosa che rimane prima che la campanella della stagione suoni senza ulteriori appelli, è l'amor proprio, il rispetto di sè stessi, valori che questi giocatori non hanno mai dimostrato sino in fondo e che forse è il caso di iniziare a tirar fuori. Non tanto per il Milan, che comunque li retribuisce, quanto per loro stessi. La mediocrità tecnica ed umana di questo gruppo è stata probabilmente sottovalutata in questo biennio: cinque partite di orgoglio non cambieranno i giudizi, ma magari aiuteranno molti di questi giocatori a liberarsi della sindrome della coperta di Linus. Sarebbe già un piccolo passo avanti.