
Parole che fanno un po’ confusione
Quando si parla troppo forte
Quando ho letto quello che Paulo Fonseca ha detto sul Milan, io mi sono un po’ stupito. Sembrava un adulto che parla forte perché è arrabbiato. Per me, che ho dieci anni e tifo rossonero, era tutto un po’ strano.
Fonseca ha detto che voleva cambiare la squadra. Ha detto che non gli hanno dato tempo. Ha detto che il Milan giocava bene solo con lui.
Io ho pensato: “Ma perché dice così?”. Sembrava uno che dice: “Io ho ragione, voi no”. E quando uno parla così, di solito non è molto tranquillo.
Fonseca può dire quello che vuole. Ma questo non vuol dire che tutto sia giusto. Alla Roma ha litigato. Al Milan ha litigato. Sempre problemi. Sempre discussioni.
È come quando un bambino litiga con tutti i compagni e poi dice che la colpa è degli altri. A un certo punto ti viene da pensare: “Forse devi cambiare tu”.
Quando Fonseca è arrivato al Milan, la squadra era forte. Aveva vinto. Era arrivata seconda. Era arrivata quarta. Era arrivata in semifinale di Champions.
Non era una squadra rotta. Era una squadra da capire. E capire non vuol dire litigare. Non vuol dire arrabbiarsi. Non vuol dire puntare il dito.
Se il suo metodo è andato male sia a Roma sia a Milano, forse la domanda è semplice: “Sto facendo qualcosa che non funziona?”. Fonseca parla dei giocatori. Dice che non cambiavano testa. Dice che non capivano il suo calcio.
Però il problema è sempre lo stesso: il suo carattere.
A volte bisogna dire: “Ho sbagliato anche io.” È una frase piccola, ma molto importante. Si chiama autocritica. E Fonseca non l’ha usata.
Io, da tifoso rossonero, penso che parlare è facile. Capire davvero cosa non ha funzionato è difficile. E forse Fonseca dovrebbe guardare un po’ dentro di sé.






