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La Stella del Milan

 

Testa a testa dei rossoneri con l’imbattuto Perugia di Castagner

 

Serie A 1978/79: le torinesi sono favorite, ma il meglio delle energie della Juventus è stato spremuto dal Mundial argentino e il Torino inciampa in una sequenza di infortuni, fino al terribile incidente stradale che ferisce gravemente il tecnico Gigi Radice e costa la vita all’ex azzurro Barison. L’avvio rivela le grandi protagoniste: il Milan di Liedholm, subito in testa, e il sorprendente Perugia di Castagner, che lo raggiunge al secondo turno e poi si issa al comando solitario alla sesta giornata. La coppia si ricompone dopo due turni, poi il Milan torna solo battendo il Torino all’undicesima giornata: non lascerà più il primato. A fine andata è campione d’inverno con tre punti sul Perugia. Fermati sul pari dalla Juve e poi nel derby e in casa col Vicenza, i rossoneri perdono a San Siro col Napoli alla ventiquattresima giornata e sono in crisi. Si riprendono pareggiando a Perugia e filando verso il titolo. In coda, si salva in extremis il Bologna per differenza reti e a rimetterci sono l’Atalanta e addirittura il Vicenza di Rossi, passato dal secondo posto alla retrocessione nel giro di un solo anno.

Il passo d’addio di Rivera, che raggiunge e supera le 500 partite di campionato in rossonero, pilota il Milan al decimo scudetto, quello della stella, atteso da 11 anni. Ci voleva il ritorno di un vecchio saggio come Liedholm per raggiungere il traguardo con una squadra in apparenza negata alla logica. Un complesso forte, che sul piano tecnico non ha rivali, ma manca di un grande cannoniere. La campagna estiva ha potenziato centrocampo e attacco, con gli arrivi del mediano De Vecchi, robusto faticatore al fosforo, del trequartista Novellino, chiamato a convivere con i fantasisti Antonelli e Rivera, e del bomber designato Chiodi, guizzante punta proveniente dal Bologna che tuttavia rivela scarsa confidenza con il gol. In panchina però c’è un genio, il tecnico svedese, che costruisce una squadra difficile da affrontare, senza punti di riferimento.

A comandare la difesa davanti al grande Ricky Albertosi, in viaggio in splendida condizione verso i 40 anni, Liedholm con coraggio chiama un ragazzino di 18 anni, Franco Baresi. Una grande promessa nel ruolo di libero, che subito interpreta con l’abilità del consumato veterano. La difesa è completata dal classico marcatore Fulvio Collovati e dall’altro stopper Bet, arcigno marcatore, e distesa in avanti da Aldo Maldera, terzino sinistro e cannoniere della squadra. Il centrocampo vive delle alzate d’ingegno di Novellino e Antonelli e delle ultime, rare ma preziose, recite di Rivera, coperte dal maratoneta Buriani. Completano il reparto la classe di Bigon, ex attaccante di lusso, la versatilità del mediano Giorgio Morini e l’esperienza di Capello, regista ancora sulla breccia nonostante gli acciacchi di una lunga carriera. In avanti gioca una punta sola, Chiodi, fisico robusto, dribbling vincente e un tiro infallibile dal dischetto del rigore. Ma in area avversaria arrivano a turno almeno sette uomini diversi, in un tourbillon capace di disorientare tutti gli oppositori.

Alla fine, restano in mano al Perugia tre tesori: lo storico secondo posto (a soli tre punti dallo scudetto del Milan), il record di imbattibilità (nessuna sconfitta in tutto il torneo) e la qualificazione alla Coppa Uefa (cioè l’esordio ufficiale nell’elite europea). Un trionfo, per un club di provincia alla quarta stagione di A, frutto della saggia gestione del presidente D’Attoma e del general manager Ramaccioni e delle capacità di Castagner, giovane allenatore col culto del calcio collettivo. La tragedia di Curi e la cessione della stella Novellino potevano indebolire la squadra, ma gli ingaggi dello stopper Della Martira, dell’utile centravanti arretrato Casarsa, del motorino Butti e dei giovani Redeghieri e Cacciatori hanno colmato le lacune. L’esplosione del tornante Bagni ha fatto il resto.

Nell’estate 1978 il Vicenza, miracolo della provincia italiana, aveva il mondo in mano. Secondo alle spalle della Juventus campione, col cannoniere più forte d’Italia, Paolo Rossi, inatteso eroe azzurro al Mondiale, trattenuto da una “follia” del presidente Giuseppe Farina (oltre due miliardi e mezzo alla Juventus perla metà). Nei mesi successivi, proprio questa audace operazione si rivela un terribile boomerang, per aver fatto perdere il senso delle proporzioni all’ambiente. La cessione del motorino Filippi al Napoli, inoltre, ha indebolito il centrocampo. Magari, senza un bomber da quindici gol (tanti ne segna alla fine Rossi) la squadra sarebbe tornata prima alla realtà, tuffandosi con la necessaria umiltà nella lotta per la salvezza. La grande illusione svanisce all’ultimo tuffo, con la retrocessione per differenza reti. E la necessità di cedere Pablito.

11 marzo 1979, ventunesima giornata. Dopo un quarto d’ora il Perugia passa in vantaggio sull’Atalanta sul proprio campo grazie a un gran tiro di Dal Fiume deviato dal volto dell’atalantino Osti, che resta a terra. Il giocatore viene soccorso e l’arbitro accorre anche perché i giocatori dell’Atalanta protestano per un presunto fallo di mano di Dal Fiume. A quel punto da un gruppo di tifosi dietro la porta dell’atalantino Bodini viene lanciato un sasso, che colpisce il portiere nerazzurro. Ferito al capo, questi è costretto a uscire, sostituito da Pizzaballa. Il risultato finale, 2-0 per il Perugia, viene sospeso in attesa della decisione del Giudice Sportivo. L’Atalanta chiede la vittoria a tavolino: sono in gioco le sorti della salvezza e dello scudetto (il Perugia insegue il Milan). Il giudizio sportivo convalida il 2-0 e multa l’Atalanta. Motivo? Il club umbro non può essere punito per responsabilità oggettiva, in quanto il sasso proveniva dai sostenitori della squadra ospite e nessun comportamento colposo (relativo a insufficienti misure di sicurezza) può essere addebitato allo stesso Perugia.

È un… fratello d’arte, Aldo Maldera: Luigi e Attilio, cresciuti anche loro nel Milan, in questa stagione giocano rispettivamente nel Piacenza e nel Sant’Angelo, in C. Lui è passato attraverso le Nazionali giovanili e una breve esperienza nel Bologna. Per il resto, ha i colori rossoneri cuciti addosso. E se con Marchioro l’impiego come mediano-mezzala ne mortificava il rendimento, da quando viene collocato stabilmente sulla fascia sinistra come terzino incursore si sente talmente a proprio agio da proporsi prepotentemente in zona gol.
La sua stagione-monstre, dopo l’avventura azzurra del Mondiale in Argentina, si chiude con 9 reti, una in più di quella precedente, a un passo dal primato di realizzazioni di un difensore (detenuto da Facchetti con 10). Maldera è un mancino che sa giocare il pallone, molto rapido nel proiettarsi in avanti e valido anche nelle chiusure. Col senso del gol che ne ha fatto un prezioso tassello nel mosaico-scudetto di Liedholm e con la qualità attestata dal suo ruolo di vice-Cabrini in Nazionale. Sotto la guida di Liedholm vincerà lo scudetto anche con la Roma, prima di chiudere con due stagioni nella Fiorentina, per un totale di 295 partite e 36 gol in A.

 

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