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Pirlo-Milan: i perchè di un amore mai nato

 

Grande campione, fuoriclasse indiscusso, ma del Milan non è mai stato l'anima

 

 

In molti si sono chiesti il perchè l'addio al calcio di Andre Pirlo sia stato vissuto in maniera così distaccata dai milanisti. Vorrei provare a spiegarlo, rendendo merito al giocatore Pirlo ma considerando anche quella che è stata la sua storia rossonera. Sia consentito pertanto un breve flashback. Era l'agosto del 2002, la Nazionale italiana veniva da una delle più grandi delusioni della sua storia con un'eliminazione mondiale discussa contro la Corea del Sud e la sensazione di non essersi giocati al meglio la possibilità di vincere per la quarta volta la Coppa Rimet. Il calcio italiano non vinceva la Coppa dei Campioni da 6 anni e in tanti ritenevano ormai noioso il nostro campionato. Si giocava con una mediana muscolare ed il gioco veniva delegato al talento offensivo.

Il Milan, in quell'estate, aveva condotto una campagna acquisti ai limiti della logica. Erano arrivati Seedorf e Rivaldo che si aggiungevano a Rui Costa e Pirlo. Insomma, 4 trequartisti per un solo posto. Carlo Ancelotti capì che doveva inventarsi qualcosa che andasse oltre l'ordinario, in cui il talento venisse prima dell'equilibrio. Prese Pirlo e lo mise davanti alla difesa. Siamo alla vigilia del trofeo Berlusconi che, come di consueto, si gioca ad agosto. Da lì a qualche giorno ci sarebbe stata la gara di ritorno contro lo Slovan Liberec. Nessun problema per Carlo: l'esperimento funzionò e non ebbe paura di riproporlo anche in una partita delicata. Pirlo, Seedorf, Rui Costa e Rivaldo tutti insieme in campo in un albero di Natale che, per mesi, stupì i più ardenti sostenitori dell'equilibrismo e del tatticismo. Perchè il calcio è prima emozione, poesia, voglia di stupire, sentimenti che fanno parte del dna genetico di tanti milanisti. Di quella squadra, per anni, Andrea Pirlo è stato l'architetto meraviglioso e mirabile che costituiva il tratto distintivo marcato di un Milan dallo stile unico. Pirlo non usciva mai dal campo perchè senza la sua presenza quell'idea di calcio che Ancelotti aveva in mente non poteva svilupparsi in maniera compiuta. Quel Milan ha fatto tre finali di Champions League e ne ha vinte due. Ha scritto la storia del calcio e chi scrive crede che, sul piano tecnico, a Pirlo non sono mai stati riconosciuti totalmente i meriti. Va detto però che Pirlo, di quella squadra, è stato sì l'architetto, ma non è mai riuscito ad esserne l'anima. L'empatia, fra Pirlo e i milanisti, non è mai scattata. Questione di alchimia, questione di quel "sentire emozionale" che non si spiega con le parole. O c'è o non c'è. Freddo, glaciale, quasi algido: Pirlo era caratterialmente un iceberg impenetrabile. Potevi stimarlo, ammirarlo, applaudirlo, ma faticavi a sentirlo come "uno di noi".

La sua acredine mai troppo celata verso il Milan nasce in quel periodo. Tra il 2002 ed il 2009, il Milan passò dall'essere il Milan di Sheva al Milan di Kakà. La gente lo identificava comunemente così. La Juve di Conte invece, in cui si ritrovò nel 2011, fu senza dubbio la Juve di Pirlo. Per due ragioni. La tifoseria bianconera era molto più simile caratterialmente al genio bresciano, rispetto a quanto lo fosse quella milanista. Ed in più, a Torino, Pirlo si sentì prim'attore, cosa che mai fu in quel di Milanello. Nel suo libro di qualche anno fa, il lettore attento potrà aver scorto qualche puntina di invidia verso Inzaghi. Nulla di clamoroso, ma nemmeno di negabile. Ecco, Pippo Inzaghi è stato, nel suo contraltare, l'esatta personificazione del milanista. Probabilmente ciò che Pirlo avrebbe voluto essere ma non è mai stato. Inzaghi veniva applaudito anche dopo i gol sbagliati. Pirlo veniva fischiato spesso, a volte anche ingiustamente. L'empatia non ha spiegazioni e non segue i percorsi della logica. Se così non fosse, finirebbe la componente emozionale del calcio.

Il regista bresciano è stato un fuoriclasse, un campione incredibile. Ha segnato un'epoca. Tuttavia si porterà sempre appresso il rimpianto di non essere stato uno dei simboli della tifoseria della squadra con cui ha raggiunto i picchi più alti nella carriera. Se fermate un milanista per strada e gli chiedete di Pirlo non vi negherà mai che sia stato un grandissimo. Tuttavia nel suo cuore e nel fermo immagine dell'anima, ci saranno lo sguardo di Sheva, la mano sul cuore di Kakà, gli occhi sgranati di Pippo Inzaghi. Insomma le emozioni prima delle vittorie. Per noi è sempre stato così. Pirlo però non l'hai mai capito e probabilmente non lo capirà mai. Nessun rancore, ormai è andata così; l'amore d'altronde non si spiega a tavolino. Si vive e basta.

 


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