, Le ex bandiere per il rilancio del calcio: ma è veramente così?
 
 

baggio albertini

 

Le ex bandiere per il rilancio del calcio: ma è veramente così?

 

Parto da un dato di fatto: la proprietà transitiva per cui  un grande calciatore è anche un dirigente capace non esiste!

 

 

Ogni volta che registriamo un tonfo sportivo legato alla nazionale di calcio, puntuale come la scadenza di una rata di mutuo vengono fuori ipotesi di ristrutturazioni a livello federale nonché l'indicazione di grandi giocatori del passato che potrebbero essere chiamati a dare il loro decisivo contributo al rilancio del calcio italiano a livello internazionale. Paolo Maldini, Demetrio Albertini e Roby Baggio, queste le ultime glorie azzurre tirate per la giacchetta da giornalisti, addetti ai lavori e tifosi. Partiamo da un dato di fatto, nell'incontro voluto ieri da Tavecchio con le altre componenti del consiglio federale (non si trattava di un consiglio federale, convocato per lunedì) è emerso chiaramente che l'unico colpevole della disfatta azzurra è il CT Ventura (esonerato), mentre lo stesso presidente si è reso indisponibile alle dimissioni, e quindi ha intenzione di restare saldo al suo posto. Il terremoto ai vertici federali, salvo casi clamorosi di ritorno alla dignità di cui dubitiamo molto, non ci sarà, per cui l'establishment resterà invariato. Ma al di là di questo la domanda è un'altra: le ex bandiere tanto invocate sarebbero degli ottimi dirigenti o no? Avrebbero veramente le ricette per far uscire il calcio dalla crisi?

Parto da un dato di fatto per me incontrovertibile: la proprietà transitiva per cui se sei stato un grande calciatore allora sicuramente sarai un dirigente capace non esiste! Le due cose viaggiano su binari distinti, nonostante la teoria che questa gente abbia acquisito una grande conoscenza di quelli che sono i segreti e le pieghe del mondo del calcio. Il sapere ed il saper fare sono due cose molto diverse tra loro, e di conseguenza lo sono il ruolo del campione in campo e del dirigente dietro alla scrivania. Sono pochissimi i casi di grandi giocatori che sono diventati grandi dirigenti, soprattutto grandi dirigenti operativi, che è cosa ben diversa dal ricoprire cariche di rappresentanza. A livello di federazione poi i precedenti sono ancora più scarsi. In realtà qui il problema che la storia ha evidenziato è un altro, e cioè il fatto che la nazionale non è un club privato, per cui a dominare le scelte e le nomine la maggior parte delle volte è la politica e non il grado di competenza delle persone. I criteri stessi con cui avviene l'elezione del presidente federale si presta a questo tipo di inghippo. Le persone sono scelte dalle grandi corporazioni (leghe professionistiche, Lega dilettanti, associazione calciatori, arbitri etc) in modo che niente vada a toccare l'ordine costituito delle cose, affinché nessuno vada a rompere i coglioni nell'orticello dell'altro ed i cambiamenti siano sempre valutati con attenzione in modo che non rivoluzionino un mondo che invece avrebbe bisogno di essere raso al suolo con una ruspa e ricostruito. In questo tipo di clima è difficile che a qualcuno, e ad un ex calciatore in particolare, vengano affidati compiti in ruoli chiave che vadano al di là della mera rappresentanza. Fumo negli occhi e non di più. Così difficilmente sapremo se Paolo Maldini sia un bravo dirigente operativo, anche perché lui stesso ha già dimostrato di avere delle pretese a livello di club che cozzano senza dubbio con la politica e la gestione della federazione. Albertini è stato già bruciato in questo ambito, avendo conosciuto sulla sua pelle come quando si trattava di prendere le decisioni importanti il suo parere contava meno di zero, e come tutti i grandi rappresentanti delle società di calcio (il suo Milan compreso) gli hanno voltato le spalle quando decise di candidarsi in prima persona per il ruolo di presidente (proprio contro Tavecchio). E vogliamo parlare di Baggio? Il Divin Codino invocato dalle masse dopo il fallimento del mondiale sudafricano (2010) venne addirittura nominato Responsabile del Settore Tecnico. Il suo lavoro, durato mesi con il coinvolgimento di oltre 50 persone, partorì uno studio di 900 pagine che aveva come argomento "la formazione dei formatori", una proposta che prevedesse la formazione a livello regionale di istruttori, calciatori e ragazzi e che portasse ad una riorganizzazione dal basso dell'intero movimento calcistico. Sapete come andò a finire? Che dopo aver fatto 5 ore di anticamera per poter presentare il suo lavoro in un quarto d'ora, nessuno si degnò di richiamarlo neanche per dirgli cosa ne pensavano, che dei 10 milioni di euro stanziati non ne venne destinato neanche uno e che il suo progetto non venne mai preso in considerazione. Baggio sbattè la porta e si dimise, rilasciando poi dichiarazioni di fuoco sulla FIGC. La quale rispose accusando Baggio di scarso impegno.

Ecco, questo è il quadro desolante che emerge. Forse più che di ex calciatori il calcio italiano dovrebbe avere il coraggio di affidare la presidenza ad un manager esterno, uno che non debba, per intenderci, per forza dare una poltrona a Lotito per averlo fatto eleggere. Un manager indipendente che si circondi di persone competenti e che provi veramente a fare qualcosa di serio ed importante. La sensazione è che la mancata elezione di Abodi nell'ultima tornata elettorale sia stata una grandissima occasione perduta per tutti!

 


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